Siamo persi, come segnavento
Rapiti da turbinii inarrestabili
In piccole grandi imbecilli cose
E litighiamo per un posto,
Versiamo torrenti di lacrime
Per amori veri o presunti,
Ci svegliamo nel cuore cupo
Di una notte ansiosa cercando
Di lavar via con un po’ d’acqua
I cattivi pensieri, le ipocrisie.
Ma tutto, quel tutto fatto di gesti
E di abitudini, di certezze
E di ideali incorruttibili, dei giorni
Che imbustiamo in agende ricolme
E catturiamo in veloci fotografie,
Tutto annichilisce, svilisce,
Di fronte alla più grande Verità,
A quella fine a cui non pensiamo,
Illudendoci di essere eterni
Come gli sciocchi dei che c’ignorano.
Perché davanti alla Morte,
Non conta quanti fiati abbiamo speso
E quante lacrime abbiamo rubato,
Non conta quante impronte
Abbiamo impresso e su quali spiagge,
Non ha senso il nostro lavoro,
Il nostro scrivere e parlare,
Non importa se siamo stati nell’Oceano
O a L’Avana a giocare a domino
Con un pescatore consunto dal sale.
Di fronte all’Appuntamento Ultimo,
Quello che non si può rinviare
Con una semplice insulsa telefonata,
Noi siamo più sottili e infinitesimi
Del granello abbandonato sulla spiaggia,
Siamo persi come la più tenue
Di tutte le stelle incastonate nel cielo,
Siamo il nulla pensante che comprende
La sua fantasiosa inutilità,
E finisce per specchiarsi in se stesso.
A che vale essere pittori
Se non possiamo colorare la Fine,
A che vale essere poeti e romanzieri,
Se non possiamo tracciare, a china,
Un pacato lieto fine, magari aperto,
A che vale tutto l’Intelletto
E la fiducia nel secondo Sapiens
Se non possiamo curare il male,
Se non ci è dato neppure
Il diritto assurdo di sperare?
Ci consolano, almeno per poco,
Le storie antiche dei Titani:
Anche loro pronti alla fine,
Anche loro predestinati, nati morti,
Eroi con le unghie e coi denti
Forti del non arrendersi mai.
Perché noi tutti, prima o poi,
Anche quelli che la fortuna ricorda,
Siamo piccoli grandi titani,
Giacché è vivere la più grande impresa.
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