lunedì 13 ottobre 2008

Titani

Siamo persi, come segnavento
Rapiti da turbinii inarrestabili
In piccole grandi imbecilli cose
E litighiamo per un posto,
Versiamo torrenti di lacrime
Per amori veri o presunti,
Ci svegliamo nel cuore cupo
Di una notte ansiosa cercando
Di lavar via con un po’ d’acqua
I cattivi pensieri, le ipocrisie.

Ma tutto, quel tutto fatto di gesti
E di abitudini, di certezze
E di ideali incorruttibili, dei giorni
Che imbustiamo in agende ricolme
E catturiamo in veloci fotografie,
Tutto annichilisce, svilisce,
Di fronte alla più grande Verità,
A quella fine a cui non pensiamo,
Illudendoci di essere eterni
Come gli sciocchi dei che c’ignorano.

Perché davanti alla Morte,
Non conta quanti fiati abbiamo speso
E quante lacrime abbiamo rubato,
Non conta quante impronte
Abbiamo impresso e su quali spiagge,
Non ha senso il nostro lavoro,
Il nostro scrivere e parlare,
Non importa se siamo stati nell’Oceano
O a L’Avana a giocare a domino
Con un pescatore consunto dal sale.

Di fronte all’Appuntamento Ultimo,
Quello che non si può rinviare
Con una semplice insulsa telefonata,
Noi siamo più sottili e infinitesimi
Del granello abbandonato sulla spiaggia,
Siamo persi come la più tenue
Di tutte le stelle incastonate nel cielo,
Siamo il nulla pensante che comprende
La sua fantasiosa inutilità,
E finisce per specchiarsi in se stesso.

A che vale essere pittori
Se non possiamo colorare la Fine,
A che vale essere poeti e romanzieri,
Se non possiamo tracciare, a china,
Un pacato lieto fine, magari aperto,
A che vale tutto l’Intelletto
E la fiducia nel secondo Sapiens
Se non possiamo curare il male,
Se non ci è dato neppure
Il diritto assurdo di sperare?

Ci consolano, almeno per poco,
Le storie antiche dei Titani:
Anche loro pronti alla fine,
Anche loro predestinati, nati morti,
Eroi con le unghie e coi denti
Forti del non arrendersi mai.
Perché noi tutti, prima o poi,
Anche quelli che la fortuna ricorda,
Siamo piccoli grandi titani,
Giacché è vivere la più grande impresa.

mercoledì 8 ottobre 2008

domenica 5 ottobre 2008

Lepre

Mi svegliò di colpo
Un’angoscia
E la tua mancanza.

Non era nuovo, già da tempo
Non eri più mia
(Se mai lo fosti non so),
Ma quella notte fu diversa.

Era come se il buio
Divorasse le coperte logore
Come se le mura non fossero
Che terribili pretoriani
Pronti all’assassinio.

Poi da lontano udii
Il lamento della luna
Che si spegne nel grigio
Di un’alba serena
E tutto si quietò: la stanza,
Il cuscino e le mie mani.

Solo la tua assenza
Indelebile cicatrice nella mente
Perdurava senza pietà
Ed io raccolsi con affetto
Le mie spalle tra le braccia:
Il freddo di dentro
Piano scomparve in un ricordo.

Nessuno seppe mai di quella
Ultima insignificante lacrima,
Neppure tu, neppure Loro,
Il respiro tornò lento
A vagare in un mare di sogni
E la vista, l’ultima vista,
Si oscurò dietro le palpebre:
Era passata, eri Passato.