Prima mi accusarono di condotta molesta,
non essendoci leggi contro la bestemmia.
Poi mi rinchiusero in manicomio
e fui ammazzato di botte da un sorvegliante cattolico.
Il mio torto fu questo:
dissi che Dio mentì ad Adamo e lo destinò
a vivere una vita da sciocco,
ignaro del male come del bene del mondo.
E quando Adamo gabbò Dio mangiando la mela
e scoprì la menzogna,
Dio lo cacciò dall’Eden per impedirgli di cogliere
il frutto della vita immortale.
Ma, Cristo! voi gente di buon senso,
ecco cosa dice Dio stesso nel libro del Genesi:
«E il Signore Iddio disse, ecco che l’uomo
è diventato come uno di noi» (un po’ d’invidia, vedete),
«a conoscere il bene e il male» (Smascherata la balla che tutto è bene);
«e allora, per paura che allungasse la mano a prendere
anche dall’albero della vita e ne mangiasse, e vivesse in eterno,
il Signore Iddio Io cacciò dal giardino dell’Eden».
(A me pare che la ragione per cui Dio crocifisse il proprio Figlio
per uscire da quel brutto imbroglio, sia che questo è proprio da par suo.)
Edgar Lee Masters
martedì 23 dicembre 2008
lunedì 13 ottobre 2008
Titani
Siamo persi, come segnavento
Rapiti da turbinii inarrestabili
In piccole grandi imbecilli cose
E litighiamo per un posto,
Versiamo torrenti di lacrime
Per amori veri o presunti,
Ci svegliamo nel cuore cupo
Di una notte ansiosa cercando
Di lavar via con un po’ d’acqua
I cattivi pensieri, le ipocrisie.
Ma tutto, quel tutto fatto di gesti
E di abitudini, di certezze
E di ideali incorruttibili, dei giorni
Che imbustiamo in agende ricolme
E catturiamo in veloci fotografie,
Tutto annichilisce, svilisce,
Di fronte alla più grande Verità,
A quella fine a cui non pensiamo,
Illudendoci di essere eterni
Come gli sciocchi dei che c’ignorano.
Perché davanti alla Morte,
Non conta quanti fiati abbiamo speso
E quante lacrime abbiamo rubato,
Non conta quante impronte
Abbiamo impresso e su quali spiagge,
Non ha senso il nostro lavoro,
Il nostro scrivere e parlare,
Non importa se siamo stati nell’Oceano
O a L’Avana a giocare a domino
Con un pescatore consunto dal sale.
Di fronte all’Appuntamento Ultimo,
Quello che non si può rinviare
Con una semplice insulsa telefonata,
Noi siamo più sottili e infinitesimi
Del granello abbandonato sulla spiaggia,
Siamo persi come la più tenue
Di tutte le stelle incastonate nel cielo,
Siamo il nulla pensante che comprende
La sua fantasiosa inutilità,
E finisce per specchiarsi in se stesso.
A che vale essere pittori
Se non possiamo colorare la Fine,
A che vale essere poeti e romanzieri,
Se non possiamo tracciare, a china,
Un pacato lieto fine, magari aperto,
A che vale tutto l’Intelletto
E la fiducia nel secondo Sapiens
Se non possiamo curare il male,
Se non ci è dato neppure
Il diritto assurdo di sperare?
Ci consolano, almeno per poco,
Le storie antiche dei Titani:
Anche loro pronti alla fine,
Anche loro predestinati, nati morti,
Eroi con le unghie e coi denti
Forti del non arrendersi mai.
Perché noi tutti, prima o poi,
Anche quelli che la fortuna ricorda,
Siamo piccoli grandi titani,
Giacché è vivere la più grande impresa.
Rapiti da turbinii inarrestabili
In piccole grandi imbecilli cose
E litighiamo per un posto,
Versiamo torrenti di lacrime
Per amori veri o presunti,
Ci svegliamo nel cuore cupo
Di una notte ansiosa cercando
Di lavar via con un po’ d’acqua
I cattivi pensieri, le ipocrisie.
Ma tutto, quel tutto fatto di gesti
E di abitudini, di certezze
E di ideali incorruttibili, dei giorni
Che imbustiamo in agende ricolme
E catturiamo in veloci fotografie,
Tutto annichilisce, svilisce,
Di fronte alla più grande Verità,
A quella fine a cui non pensiamo,
Illudendoci di essere eterni
Come gli sciocchi dei che c’ignorano.
Perché davanti alla Morte,
Non conta quanti fiati abbiamo speso
E quante lacrime abbiamo rubato,
Non conta quante impronte
Abbiamo impresso e su quali spiagge,
Non ha senso il nostro lavoro,
Il nostro scrivere e parlare,
Non importa se siamo stati nell’Oceano
O a L’Avana a giocare a domino
Con un pescatore consunto dal sale.
Di fronte all’Appuntamento Ultimo,
Quello che non si può rinviare
Con una semplice insulsa telefonata,
Noi siamo più sottili e infinitesimi
Del granello abbandonato sulla spiaggia,
Siamo persi come la più tenue
Di tutte le stelle incastonate nel cielo,
Siamo il nulla pensante che comprende
La sua fantasiosa inutilità,
E finisce per specchiarsi in se stesso.
A che vale essere pittori
Se non possiamo colorare la Fine,
A che vale essere poeti e romanzieri,
Se non possiamo tracciare, a china,
Un pacato lieto fine, magari aperto,
A che vale tutto l’Intelletto
E la fiducia nel secondo Sapiens
Se non possiamo curare il male,
Se non ci è dato neppure
Il diritto assurdo di sperare?
Ci consolano, almeno per poco,
Le storie antiche dei Titani:
Anche loro pronti alla fine,
Anche loro predestinati, nati morti,
Eroi con le unghie e coi denti
Forti del non arrendersi mai.
Perché noi tutti, prima o poi,
Anche quelli che la fortuna ricorda,
Siamo piccoli grandi titani,
Giacché è vivere la più grande impresa.
mercoledì 8 ottobre 2008
domenica 5 ottobre 2008
Lepre
Mi svegliò di colpo
Un’angoscia
E la tua mancanza.
Non era nuovo, già da tempo
Non eri più mia
(Se mai lo fosti non so),
Ma quella notte fu diversa.
Era come se il buio
Divorasse le coperte logore
Come se le mura non fossero
Che terribili pretoriani
Pronti all’assassinio.
Poi da lontano udii
Il lamento della luna
Che si spegne nel grigio
Di un’alba serena
E tutto si quietò: la stanza,
Il cuscino e le mie mani.
Solo la tua assenza
Indelebile cicatrice nella mente
Perdurava senza pietà
Ed io raccolsi con affetto
Le mie spalle tra le braccia:
Il freddo di dentro
Piano scomparve in un ricordo.
Nessuno seppe mai di quella
Ultima insignificante lacrima,
Neppure tu, neppure Loro,
Il respiro tornò lento
A vagare in un mare di sogni
E la vista, l’ultima vista,
Si oscurò dietro le palpebre:
Era passata, eri Passato.
Un’angoscia
E la tua mancanza.
Non era nuovo, già da tempo
Non eri più mia
(Se mai lo fosti non so),
Ma quella notte fu diversa.
Era come se il buio
Divorasse le coperte logore
Come se le mura non fossero
Che terribili pretoriani
Pronti all’assassinio.
Poi da lontano udii
Il lamento della luna
Che si spegne nel grigio
Di un’alba serena
E tutto si quietò: la stanza,
Il cuscino e le mie mani.
Solo la tua assenza
Indelebile cicatrice nella mente
Perdurava senza pietà
Ed io raccolsi con affetto
Le mie spalle tra le braccia:
Il freddo di dentro
Piano scomparve in un ricordo.
Nessuno seppe mai di quella
Ultima insignificante lacrima,
Neppure tu, neppure Loro,
Il respiro tornò lento
A vagare in un mare di sogni
E la vista, l’ultima vista,
Si oscurò dietro le palpebre:
Era passata, eri Passato.
martedì 2 settembre 2008
Lamento per Madame Bovary
Di quelle tue ultime parole
E delle atroci contorsioni
Conservo vivo il ricordo,
Povera Signora Bovary,
Di tutte le donne stendardo.
Non capirò mai la violenza
Di tutte le ardenti passioni
E dove fosse e per chi fosse
La copia d’amore che andavi
Versando, o Ebe della Vita.
Eppure ti ho adorata anch’io
Nel mezzo di fronde e rugiada
Quando sommergevi nel fango
Gli stivaletti di vitello
E l’incarnato sempre latteo.
Ho respirato il tuo profumo
D’assenzio e di virtù domata
Andando a caccia d’un tuo sguardo
Senza trovare che il fruscio
Delle tue illacrimate ciglia.
Ora non posso che sperare
Che una ad una le mie parole
Passino il velluto e la quercia
Ed infine il mogano e il piombo
Fino ad accarezzarti il viso.
Buonanotte a te mille volte,
Ninfa della notte d’argento:
Placato il tramestio del cuore
Possa dalle rosee tue labbra
Dischiudersi eterno un sorriso.
E delle atroci contorsioni
Conservo vivo il ricordo,
Povera Signora Bovary,
Di tutte le donne stendardo.
Non capirò mai la violenza
Di tutte le ardenti passioni
E dove fosse e per chi fosse
La copia d’amore che andavi
Versando, o Ebe della Vita.
Eppure ti ho adorata anch’io
Nel mezzo di fronde e rugiada
Quando sommergevi nel fango
Gli stivaletti di vitello
E l’incarnato sempre latteo.
Ho respirato il tuo profumo
D’assenzio e di virtù domata
Andando a caccia d’un tuo sguardo
Senza trovare che il fruscio
Delle tue illacrimate ciglia.
Ora non posso che sperare
Che una ad una le mie parole
Passino il velluto e la quercia
Ed infine il mogano e il piombo
Fino ad accarezzarti il viso.
Buonanotte a te mille volte,
Ninfa della notte d’argento:
Placato il tramestio del cuore
Possa dalle rosee tue labbra
Dischiudersi eterno un sorriso.
sabato 26 aprile 2008
Jesus to a child
La vita si spende in un ciglio
Caduto e poi disperso dal vento
Non basta ad affogarlo una lacrima
Eppure l'assorda per sempre
Il crocchio della foglia calpestata.
martedì 1 aprile 2008
Canto del vecchio poeta
Sulla spiaggia di Paumanok
Il mare sussurra: “morte…”
Ma sulle vele a Santa Lucia
Svela riflessi d’una luna
Da affettare lacrimando.
Che siano quelle stesse onde
A galoppare qui indomate,
A salutare, dalla nebbia,
Quest’alba estatica nascosta
Sotto i macigni ciclopici?
Il frullio del vento si perde
E confonde le strida dei gabbiani,
Un peschereccio fa ritorno
Scortato su luci lontane
Da uno sciabordio instancabile.
Tramonta la stella del vespro
Mentre ad uno ad uno, soli,
Si limano i miei accorati canti
Come scalze piccole impronte
Impresse sul bagnasciuga.
Sono un coro dissonante
Di violini e vetri rotti
Che legano, come un filo
Una dopo l’altra le cose
Che non nasconde l’orizzonte.
Ma la vita, quella vera,
Ha levigato mani lisce
E scavato torrenti sulla fronte
Dove un tempo stavano folti
I miei capelli d’oro.
Non cerco pietà o tripudio
E neppure una vera pace:
L’inchiostro non può donarmi
Che amari, tristi rimpianti
E un tenue e tenero orgoglio.
Qui, su uno scoglio grigio e rosa
Che il sole ha risparmiato
Scrissi le prime parole,
Quando il primo degli amori
Illuminava il mio volto.
Ora, stanco di volare
Pago la maledizione
Che mi fu data e mai sottratta:
“Addio”, traccio con la penna
Mentre il vento prende la mia anima.
Il mare sussurra: “morte…”
Ma sulle vele a Santa Lucia
Svela riflessi d’una luna
Da affettare lacrimando.
Che siano quelle stesse onde
A galoppare qui indomate,
A salutare, dalla nebbia,
Quest’alba estatica nascosta
Sotto i macigni ciclopici?
Il frullio del vento si perde
E confonde le strida dei gabbiani,
Un peschereccio fa ritorno
Scortato su luci lontane
Da uno sciabordio instancabile.
Tramonta la stella del vespro
Mentre ad uno ad uno, soli,
Si limano i miei accorati canti
Come scalze piccole impronte
Impresse sul bagnasciuga.
Sono un coro dissonante
Di violini e vetri rotti
Che legano, come un filo
Una dopo l’altra le cose
Che non nasconde l’orizzonte.
Ma la vita, quella vera,
Ha levigato mani lisce
E scavato torrenti sulla fronte
Dove un tempo stavano folti
I miei capelli d’oro.
Non cerco pietà o tripudio
E neppure una vera pace:
L’inchiostro non può donarmi
Che amari, tristi rimpianti
E un tenue e tenero orgoglio.
Qui, su uno scoglio grigio e rosa
Che il sole ha risparmiato
Scrissi le prime parole,
Quando il primo degli amori
Illuminava il mio volto.
Ora, stanco di volare
Pago la maledizione
Che mi fu data e mai sottratta:
“Addio”, traccio con la penna
Mentre il vento prende la mia anima.
mercoledì 26 marzo 2008
martedì 26 febbraio 2008
Primavere
Più lunghi soli strappano sorrisi
A giochi d’altalene svolazzanti
E risplende dell’aria pungente, ancora,
Sui tramonti innevati, verso l’ovest:
La falce impallidita della luna
Si avviluppa cinerina nel sonno,
Mentre un pianto di pulviscolo, secco,
Bagna la terra di mesti riflessi.
Su sponde di sale arenano sogni
Che navigarono iridi profondi
E là sul lago fiorisce il giaggiolo
Specchiando le sue zagaglie di cielo
Sulle gualciture, figlie di vento,
Che spennellano percorsi impavidi
Tra i colori delle torbide acque
Che annegano cieche malinconie.
A giochi d’altalene svolazzanti
E risplende dell’aria pungente, ancora,
Sui tramonti innevati, verso l’ovest:
La falce impallidita della luna
Si avviluppa cinerina nel sonno,
Mentre un pianto di pulviscolo, secco,
Bagna la terra di mesti riflessi.
Su sponde di sale arenano sogni
Che navigarono iridi profondi
E là sul lago fiorisce il giaggiolo
Specchiando le sue zagaglie di cielo
Sulle gualciture, figlie di vento,
Che spennellano percorsi impavidi
Tra i colori delle torbide acque
Che annegano cieche malinconie.
martedì 1 gennaio 2008
Cardiologia
Che si gioca per vincere e non si gioca per partecipare
Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare
A sbattersi nel buio e a farsi vedere
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
E dice sempre con disinvoltura
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.
Che si veste di bianco per scandalizzare
E compra rose a dozzine
E fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene
Che si gioca per vincere e chi vince è perduto
Con una chiave ed un numero in mano
Tutta la notte aspettare un saluto
E a pensare: “ti amo”
Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata
E macina la sabbia dentro i mulini a vento
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare
L’amore prepotente che si deve fare
E gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente
Chè dell’amore non si butta niente
Chi è ferito e non cade, ma continua ad andare
A sbattersi nel buio e a farsi vedere
A sanguinare di nascosto e a pagare da bere
A goccia a goccia, ma tu guarda, il mio cuore mangiato
L’amore ha sempre fame, non l’avevi notato
E dice sempre con disinvoltura
Senza paura dice: “mai”, senza paura mai.
Che si veste di bianco per scandalizzare
E compra rose a dozzine
E fa curvare i pianeti e fa piegare le schiene
Che si gioca per vincere e chi vince è perduto
Con una chiave ed un numero in mano
Tutta la notte aspettare un saluto
E a pensare: “ti amo”
Chi raccoglie conchiglie dopo la mareggiata
E il cielo è ancora scuro, ma la notte è passata
E macina la sabbia dentro i mulini a vento
E che non ha mai fretta e che non ha mai tempo
E poi l’amore indecente, che si lascia guardare
L’amore prepotente che si deve fare
E gli amori ormai passati e ancora vivi nella mente
Chè dell’amore non si butta niente
F.De Gregori
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